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	<title>Dogon Review</title>
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	<description>Si accontenta di cause leggere la guerra del cuore</description>
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		<title>Sohravardî, L&#8217;Archange empourpré</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 00:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ineditoria]]></category>

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		<description><![CDATA[INEDITORIA – Traduzione di: Matteo Pinna, da: Sohravardî, L&#8217;Archange empourpré, Fayard, Paris, 1976, p. 400
L&#8217;insieme del globo terrestre è di novantasettemila parasanche (farsang). Il « quarto abitato » è di ventiquattromila parasanche,.ogni parasanca misura sia mille cubiti sia mille piedi, perchè si pratica l&#8217;una e l&#8217;altra misura.
La Terra, non è più di questo.
Ora, considera questa parte della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>INEDITORIA – Traduzione di: Matteo Pinna, da: Sohravardî, L&#8217;Archange empourpré, Fayard, Paris, 1976, p. 400</p>
<p>L&#8217;insieme del globo terrestre è di novantasettemila parasanche (farsang). Il « quarto abitato » è di ventiquattromila parasanche,.ogni parasanca misura sia mille cubiti sia mille piedi, perchè si pratica l&#8217;una e l&#8217;altra misura.<br />
La Terra, non è più di questo.<br />
Ora, considera questa parte della Terra che costituisce il quarto abitato. Alcuni sovrani la possiedono: gli uni hanno una provincia, altri una regione, altri tutto un clima (aqlîm). Ma tutti pretendono la sovranità. Se fossero coscienti alla Vera Realtà (haqîqat) sentirebbero certamente l&#8217;oltraggio della loro pretesa.<br />
Questa sovranità, ABU YAZID BASTAMI, l&#8217;ha trovata. Abbandonando tutto cio&#8217; che possedeva. Rinunciato a tutto di colpo, e d&#8217;un colpo trovata questa sovranità. Sollazzi, onori, richezza sono il Velo che si interpone sul binario degli « esploratori spirituali » (Javân-mardân). Fin quando la mente è preoccupata a cose di questo genere, impossibile di andare più avanti sulla via. Ma quello che ha l&#8217;anima d&#8217;un « migrateur religieux, libre comme le vent, qalandar », si risolleva, scappando ai legami con lusso e onori. Il mondo gli si presenta mondato.</p>
<p>IO_ Ma chi è colui che cosi&#8217; si risolleva, disfacendosi dai legami di tutto cio&#8217; che possiede?</p>
<p>IL SHAYKH_ Colui che è Quello.</p>
<p>IO_ Ma quando non possiede più niente, con quali mezzi pagherà i suoi bisogni vitali?</p>
<p>LE SHAYKH_ Colui che si preoccupa di questo, non darà nulla. Ma colui che dona tutto, non si preoccupa di questo. Il mondo del confidente abbandono è un mondo dove è bene il vivere. Assaporarne il gusto non è dato a tutti.</p>
<p>Si racconta questa storia&#8230; c&#8217;era una volta un uomo caritatevole; possedeva abbondanti richezze. Gli venne il ghiribizzo di costruire il più grandioso dei palazzi. Dai dintorni fece venire gli artigiani, e prodigava nei loro confronti cumuli di promesse. Cosi&#8217; loro ripagavano con un lavoro degno del loro salario. Posarono le fondamenta e fecero apparire le prime assise. La costruzione era appena a metà, che già si veniva dalle città vicine per ammirarne lo spettacolo. Le alte mura slanciate, di belle figure raffigurate. I soffiti rivaleggiavano con un capolavoro di Mani. Il portico era persino più aereo dell&#8217;arco di Kesrâ.<br />
Ora, il palazzo era ancora incompiuto, e il proprietario&#8217; s&#8217;ammalo&#8217;, colpito da un male per cui non esistevano rimedi, e la cosa si sviluppo&#8217; in breve in un&#8217;agonia.<br />
L&#8217;Angelo della morte apparve al suo capezzale. Quello capi&#8217;.<br />
Disse all&#8217;angelo della morte: « Non è proprio possibile che tu mi faccia una grazia? giusto il tempo di finir di costruire il mio palazzo? »<br />
L&#8217;Angelo della morte proferi&#8217;: « Quando il momento è venuto, gli uomini non saprebbero nè anticiparlo nè posticiparlo di un minuto (Corano 7/32, 16/63). Non è proprio possibile.</p>
<p>Ma supponi, che ti sia concesso del tempo supplementare, tale da poter portare a termine il tuo palazzo potendo rendere l&#8217;anima a cose fatte. Non ne proveresti un rimpianto ancor più grande del tuo castello? Perchè sarebbe là che la morte ti avrà sorpreso? Mentre per tutti gli altri resterebbe il luogo nel quale abitare? </p>
<p>Ma il fatto che sia incompiuto, e che non puo&#8217; essere portato a termine da te. »<br />
Non essendoci alcun rinvio a giudizio, l&#8217;uomo rese l&#8217;anima.<br />
Oggi la costruzione del palazzo è compiuta, ma la costruzione del maestro, Quella, è incompiuta e mai sarà compiuta, perchè tale è il fondo di cio&#8217; che siamo, tale la superficie che presentiamo et tale è la preghiera che formuliamo.</p>
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		<title>Il mito di Sisifo, 1942</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 18:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[ALBERT CAMUS
Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al qusito fondamentale della filosofia. Il resto &#8211; se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici catgorie &#8211; viene dopo. Questi sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ALBERT CAMUS</strong></p>
<p>Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al qusito fondamentale della filosofia. Il resto &#8211; se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici catgorie &#8211; viene dopo. Questi sono giuochi: prima bisogna rispondere. E se è vero, come vuole Nietzsche, che un filosofo, per essere degno di stima, debba predicare con l&#8217;esempio, si capisce l&#8217;importanza di tale risposta, che dovrà precedere il gesto definitivo. Queste sono evidenze sensibili per il cuore, che però devono venire approfondite per essere rese chiare allo spirito.<br />
Se mi domando da che cosa si possa giudicare che un problema sia più urgente di un altro, rispondo che lo si può fare dalle azioni che implica. Io non ho veduto alcuno morire per l&#8217;argomento ontologico. Galileo, che era in possesso di un&#8217;importante verità scientifica, la rinnegò con la più grande facilità, quando, per essa, si trovò in pericolo di vita. In un certo senso fece bene[1], poiché tale verità non valeva il rogo. E&#8217; cosa profondamente indifferente che sia il globo terrestre che giri intorno al sole o viceversa. Per dirla in breve, è una questione futile. Per contraccambio, vedo che molti muoiono perché reputano che la vita non valga la pena di essere vissuta, e ne vedo altri che si fanno paradossalmente uccidere per le idee o le illusioni che costituiscono per loro una ragione di vivere (ciò che si chiama ragone di vivere è allo stesso tempo una eccellente ragione di morire). Giudico dunque che quella sul senso della vita è la più urgente delle domande. Come rispondervi? Per tutti i problemi essenziali &#8211; intendo con ciò quelli che rischiano di far morire o quelli che moltiplicano la passione di vivere &#8211; non vi sono probabilmente che due metodi di pensiero, quello di La Palisse e quello di Don Chisciotte. Soltanto l&#8217;equilibrio dell&#8217;evidenza e del lirismo può permetterci di accedere nello stesso tempo alla commozione e alla chiarezza. In un argomento tanto umile e, insieme, anche tanto ricco di patetico, la dialettica sapiente e classica deve cedere il posto, s&#8217;intende, a un&#8217;atteggiamento più modesto dello spirito, che proceda contemporaneamente dal buon senso e dalla simpatia. [...]</p>
<p>[1] Dal punto di vista del valore relativo della verità. Al contrario, dal punto di vista della condotta virile, la debolezza di quello scienziato può indurci a sorridere.</p>
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		<title>Le disque vert, 3° anno, N*I, Gennaio 1925</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 18:04:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[ANTONIN ARTAUD
Prima di suicidarmi chiedo che mi si assicuri dall’essere, vorrei essere sopra la morte [sûr la mort]. La vita non mi appare che come un consenso alla leggibilità apparente delle cose e al loro legame nello spirito. Non mi sento più come l’incrocio irriduttibile delle cose, la morte che guarisce, guarisce disgiungendoci dalla natura, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ANTONIN ARTAUD</strong></p>
<p>Prima di suicidarmi chiedo che mi si assicuri dall’essere, vorrei essere sopra la morte [sûr la mort]. La vita non mi appare che come un consenso alla leggibilità apparente delle cose e al loro legame nello spirito. Non mi sento più come l’incrocio irriduttibile delle cose, la morte che guarisce, guarisce disgiungendoci dalla natura, ma se non sono altro che una detrazione [dèduit] dei dolori in cui le cose non passano?<br />
Se mi uccido non sarà per distruggermi, ma per ricostruirmi, il suicidio non sarà per me che un modo di riconquistarmi violentemente, di fare irruzione brutalmente nel mio essere, di precedere l’anticipo incerto di Dio [de devancer l’avance inceratine de Dieu]. Col suicidio, reintroduco il mio disegno nella natura, do alle cose, per la prima volta, la forma della mia volontà. Mi libero di questo condizionamento dei miei organi così male assestati con il mio Io; e la vita per me non è più un caso assurdo in cui penso ciò a cui mi si da a ensare. Scelgo allora il mio pensiero e la direzione delle mie forze, delle mie tendenze, della mia realtà. Mi metto tra il bello e il brutto, il buono e il cattivo. Mi faccio sospeso, senza inclinazione, neutro, in preda all’equilibrio delle buone e delle cattive sollecitudini. Perché la vita stessa non è una soluzione, la vita non ha alcuna specie d’esistenza scelta, consentita, determinata. Non ha che una serie di appetiti e di forze avverse, di piccole contraddizioni che nascono o abortiscono seguendo le circostanze d’un caso odioso. Il male è posto in maniera ineguale in ogni uomo, come il genio, come la follia. Il bene come il male sono il prodotto di circostanze e d’un lievito più o meno attivo.<br />
E’ certo una cosa abietta d’essere creato e di vivere e sentire fin nelle ramificazioni più impensate del proprio essere irriducibilmente deteriorato. Non siamo che degli alberi, dopotutto, ed è probabilmente iscritto in un gomito qualunque dell’albero della mia razza che mi ucciderò un giorno preciso. L’idea stessa della libertà del suicidio cade come un albero tagliato. Non creo né il tempo né il luogo né le circostanze del mio suicidio. Non ne invento neppure il pensiero; ne sentirò lo sradicamento?<br />
Può darsi che in quell’istante si dissolva il mio essere, ma se resterà ancora intero, come reagiranno i miei organi rovinati, con quali impossibili organi ne registrerò lo strappo?<br />
Sento la morte su me come un torrente, come lo sradicamento istantaneo d’un fulmine di cui non immagino la capacità. Sento la morte caricata di delizie, di dedali vorticosi. Dov’è là dentro il pensiero del mio essere? Ma ecco, di colpo,Dio, come un pugno, come una falsa luce che seziona. Mi sono sparato volontariamente dalla vita; ho veduto risalire il mio destino!<br />
Ha disposto di me fino all’assurdo, questo Dio; mi ha tenuto in vita in un vuoto di negazione, di rinnegamento accanito di me stesso, ha distrutto in me fino alle più piccole spinte della vita pensante, della vita cosciente [sentie]. Mi ha ridotto ad essere come un automa che cammina, ma un automache sentisse la rottura della sua incoscienza.<br />
Ed ecco che ho voluto fare prova della mia vita, la circolazione di tutte le idee morali era per me come un fiume prosciugato. La vita non era per me un oggetto, una forma; era divenuta una serie di ragionamenti. Ma ragionamenti che giravano a vuoto, che rano in me come degli <<schemi>> possibili che la mia volontà non poteva fissare. Anche per giungere allo stato del suicidio devo aspettare il ritorno del mio Io, necessito del libero gioco di tutte le articolazioni del mio essere. Dio mi ha piazzato nella disperazione come in una costellazione di strade senza uscita [d’impasses] in cui il ragionamento sbocca in me. Non posso ne morire, ne vivere, ne non desiderare di vivere o morire. E tutti gli uomini sono come me.</p>
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		<title>La rèvolution surrèaliste N*2 – Gennaio 1925</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 18:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suicidio]]></category>

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		<description><![CDATA[ANTONIN ARTAUD
No, il suicidio è ancora una ipotesi. Pretendo di avere il diritto di dubitare del suicidio come di tutto il resto della realtà. Bisogna, per il momento e fino a nuovo ordine, dubitare spaventosamente (ad essere precisi) non dell’esistenza, ciò che è alla portata di chiunque, ma della vibrazione interiore e della sensibilità profonda, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ANTONIN ARTAUD</strong></p>
<p>No, il suicidio è ancora una ipotesi. Pretendo di avere il diritto di dubitare del suicidio come di tutto il resto della realtà. Bisogna, per il momento e fino a nuovo ordine, dubitare spaventosamente (ad essere precisi) non dell’esistenza, ciò che è alla portata di chiunque, ma della vibrazione interiore e della sensibilità profonda, degli atti, della realtà. Io non credo a niente se non a ciò da cui sono raggiunto attraverso la sensibilità di un cordone pensante e come meteorico; e io manco ugualmente un po’ troppo di meteoriti in azione. L’esistenza costruita e sensibile  di ogni uomo mi fastidia, e con risoluzione aborro tutta la realtà. Il suicidio non è che la conquista favolosa e lontana dei benpensanti, ma lo stato [l’ètat] propriamente detto del suicidio è per me incomprensibile. Il suicidio di un nevrastenico è privo di ogni valore di rappresentazione, ma è lo stato d’animo d’un uomo che avrà ben determinato il proprio suicidio, le circostanze materiali, e l’istante del meraviglioso disinnesto. Ignoro cosa siano le cose, ignoro ogni stato umano, niente del mondo gira per me, non gira in me. Io soffro terribilmente della vita. Non c’è stato [ètat] che io possa raggiungere. E sicuramente sono morto da molto tempo, io sono già suicidato. Mi si è suicidato [On m’a suicidè], per meglio dire. Ma cosa pensate voi di un suicidio anteriore [suicide antèrieur], di un suicidio che ci farà are dietrofront, ma dall’altra parte dell’esistenz, e non dalla parte della morte. Solo questo tipo di suicidio avrà per me un valore. Non sento appetito della morte, io senso l’appetito del non essere [du ne pas être] di non essere mai caduto in questo detratto di imbecillità [dèduit d’imbècillitès], d’abdicazioni, di rinunce e d’ottusi incontri che sono l’Io di Antonin Artaud, molto più debole di lui. L’Io [Le moi] di questo infermo errante e che ogni tanto propone la sua ombra sulla quale lui stesso ha sputato, e da tempo, questo Io zoppo e trascinatore, questo Io virtuale, impossibile, e che si trova ugualmente nella realtà. Nessuno come lui ha sentito la propria debolezza, che è la debolezza principale, essenziale dell’umanità. Da distruggere, da non esistere [à detrire, à ne pas exister].</p>
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		<title>V</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 17:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rose Selavy</dc:creator>
				<category><![CDATA[EggS]]></category>
		<category><![CDATA[Espiazione Battleground]]></category>

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		<description><![CDATA[Buona è certo la via dei sensi, da essa solo passa la vita, da essa solo e grazie a essa solo vi sono avvenimenti che ci investono e fanno le nostre giornate sorprendenti e inattese. Vivere non è ovvio, mia cara. C&#8217;è anche un gran soffrire al colmo della gioia. Un sentimento di voler andarsene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buona è certo la via dei sensi, da essa solo passa la vita, da essa solo e grazie a essa solo vi sono avvenimenti che ci investono e fanno le nostre giornate sorprendenti e inattese. Vivere non è ovvio, mia cara. C&#8217;è anche un gran soffrire al colmo della gioia. Un sentimento di voler andarsene per sempre, come capitasse una coincidenza d&#8217;orari alla stazione, e saliti su un treno che deraglia consumare un biglietto di sola andata. Non più rivenire al corpo. Come delle animelle esplose. Partite, per sempre, al massimo lasciando un traccia col rosa d&#8217;un rossetto ad uno specchio inviso, un messaggio in codice: LEI S&#8217;ADONA ALL&#8217;ESTASI PER APPROFONDIRE ARGOMENTI.<br />
Negli eccessi di orgasmi estatici reiterati scopro che il soffio che ci respira non è sufficiente ad attingere alle soglie più intense del piacere. C&#8217;è sempre quel pene incapace che eiaculando smorza la salita, arresta l&#8217;intensificarsi, sbrodola lattiginoso tra le cosce. Non so se anche per te sia la stessa cosa, ma quando l&#8217;orgasmo invade ogni più sottile tensione della mia carne in solluccheri, mi sembra che di colpo io mi stacchi dal mio proprio corpo, e lo vedo muoversi sotto le prese calde, violente, avvolgenti d&#8217;un altro corpo che mi lavora, m&#8217;impasta, succhia, lecca, tasta e palpa. E qui sento salire la vertigine e il pensiero farsi ricco di immagini che m&#8217;invadono la calotta cranica, e vedo altre me stesse che tutte allo stesso tempo si stanno facendo fottere da altri maschi. La mia vertigine mi sdoppia, poi mi moltiplica forsennatamente. Non son più io che sono, ma è qualcosa di più plurale e astratto che si fà spazio, e amplifica a tal punto quello che dicevo &#8216;me stessa&#8217;, che non posso che dirla dio.<br />
Poi dopo questa prima fase, che solitamente è raggiunta quando mi si sollettica il clitoride con la lingua, ne sopraggiunge un&#8217;ulteriore, dove ho l&#8217;impressione di ridiventare me stessa, ma trovandomi nel mezzo d&#8217;una vastità spaziale che mi circonda vuota, che mi sembra d&#8217;esser sospesa a mezz&#8217;aria in un deserto senza neppure un clima precisabile. Un cielo senza stelle. Un suolo senza orme. Tutto è niente. Ed io debbo come avanzare in questo infinito luogo che si nientifica, sospinta dal solletichio orgasmico che mi fa andare.<br />
E passo attraverso due monti che si stagliano l&#8217;uno di fronte all&#8217;altro, e nel mezzo è una via strettissima nella quale mi infilo per passare, e le voci che mi parlano, chiamano Symphyse Pubienne. Le voci mi sussurrano all&#8217;orecchio, mentre m&#8217;incammino per una sorta di labirinto cartilagineo, che questo luogo ha molto a che fare col clitoride, che un tempo quella cartilagine la si donava in sacrificio inseme ad altri incensi e spezie ad una dea dal nome Kama, che quel pertuggio cartilagineo permetteva di conoscere il piacere che prova un sasso ad essere accarezzato e corroso dal mare, e altre stramberie del genere, a cui do meno caso possibile, anche perchè quelle voci mi spaventano a morte.<br />
Poi accedo di grado in grado, ad altri stati di coscienza ulteriori. E dopo questi primi due cieli, riesco ad attingerne di ulteriori, solo se il mio partner è all&#8217;altezza del mio desiderio. Cosa che, te l&#8217;ho sicuramente già detto in qualche altra eventualità, non è facile da trovare.<br />
Con altre ragazze non riesco ad andare oltre al quarto orgasmo.Con degli uomini mi è capitato di montare fino al settimo cielo. Con le ragazze pero&#8217; c&#8217;è un altro aspetto che bisogna tener presente. È che sebbene si raggiunga solo il quarto orgasmo, il percorso che ci accompagna verso questo quarto orgasmo ha qualcosa di meno violento. Con l&#8217;uomo si tratta quasi d&#8217;esserne rapita, presa, lesa, violata, deposseduta di sé; con la donna invece sembra si metta in scena un gioco innocente che ci permette di conoscerci a fondo. Con un uomo raccogli i risultati, con una donna apprendi a conoscere il tuo corpo. L&#8217;amore con donna è autoriflessivo: lei tocca tutti quei punti più insospettati, infilando la lingua e le dita a titillare fin le tube di Falloppio, e queste sorprese, queste carezze nuove, che toccan e ci fa conoscere zone erogene che ancora non erano state battute, ci insegnano zone nuove, nuove tecniche con le quali maneggiare e destreggiare il proprio corpo. Cosi&#8217; si impara l&#8217;arte di poter godere della violenza mascolina. Quando quello t&#8217;assale e prendre e stringe soffocante, sembra che ti porti via come un colpo di vento, un guizzo a filo d&#8217;acqua, e in quell&#8217;istante non c&#8217;è il tempo di sentirsi godere, ma si gode con talmente tanta sopresa e impreparazione che ci si bruccia il desiderio. Bisogna premunirsi, e quando quello t&#8217;assale, allora a te di rallentargli la corsa e l&#8217;assalto, gestendo con lentezza e leggerezza e infinito tatto quel suo dardo sbridellato che vorrebbe infilarci in qualsiasi pertuggio del corpo per sborrarci quella loro brodaglia colloidale magari in pieno viso, semplici ricettacoli di sperma. Non tanto prendere in mano le redini della situazione e farsi più forti di lui, ma esser in grado di accogliere tutto il suo assalto, in tutta la sua violenza e possanza, smorzandone il ritmo. Cercando di ritardare il rischio d&#8217;una eciucolatio precox col quale non solo non monti di cieli e orgasmi, ma ti prende un tal odio per quel partner incompetente che lo vedi bene conficcato all&#8217;inferno con il pene reciso e le palle infilate in bocca a gonfiarli le guacie come suonasse una tromba impersonata dal suo proprio pene sanguinilento. I miei amanti mi temono per cose del genere. Mi è già capitato di mordere il prepuzio di qualcuno che tentava di prendersi troppe libertà nei miei confronti e non pensava che al suo di godere e per nulla anche al mio, credo che se non ha visto la morte in persona, almeno in figura credo se la sia trovata di fronte. Ma ci son quelle volte in cui tra l&#8217;assalitore e tu che devi giostrare la sua furia si combina una concimitanza di amorosi sensi, e in quelle rare occasioni è possibile elevarsi fin dove il desiderio al colmo della sua epsressione, ha sollevato tutto l&#8217;essere verso una soglia in cui non sono io a godere e non è il moi partner a godere, ma entrambi, conchiusi in una amplesso sincrono, diamo vita ad un istante di bellezza pura. La carne e l&#8217;anima si sono cosi&#8217; compenetrate l&#8217;una nell&#8217;altra, che il derma imperlato di sudore, somiglia ad un mosaico nel quale appare, rifatta in ogni singola goccia, la dimensione sovraumana del Cielo e della Terra confusi in una zona mediana, che è la soglia della sospensione. Arrivata a quel culmine, e io e il moi partner, emettendo un grido di goduria che straripa direttamente dal fondo del pneuma, ci ritroviamo di colpo catapultati nei nostri corpi, come fuoriuscendo da una bolla di pienezza, e a quel punto sentiamo rifluire attraverso i nostri sospiri la fatica e la magnificenza di questi nostri corpi, nei quali è sigillato il segreto intimo del cosmo intero. Io, poi non mi perdo d&#8217;animo, e ancora aletante e umida, infliggo al moi partner una definitiva fellatio, che lo mette fuor di sé à jamais.<br />
Ma parlandoti di queste cose intime, che solo a te posso raccontare con tanto candore e senza il bisogno di dover arrossire e vergognarsi del proprio piacere, non ti ho detto nulla di come è andata a finire con Joseph. Ma te ne parlero&#8217; un&#8217;altra volta, ora non ho proprio voglia di ripensare a quelle sue considerazioni sull&#8217;umanità. Sto sorseggiando una tisana che la mia picola cuginetta Panacea ha raccolto oggi in giardino. È proprio una graziosissima bambina, ha negli occhi quella sorta di ottusa cecità e vigore che distingue il tempo della sua età. Corre e non smette di correre da tutte le parti, e chiedere cos&#8217;è questo e cos&#8217;è quello, e perchè si e perchè no, trepidante quando si prepara una passeggiata fuori città. E te la proccurero&#8217; questa tisana, chiedero&#8217; a Chaniwa, di metterne a seccare delle bustine, e te le mando per espresso. Il suo effeto è veramente benefico. Ti rilassa completamente la tensione intrascapolare, poi ti distende tutti i muscoli trapezoidali dietro la nuca, e ti sommerge la sensazione d&#8217;una sonnolenza, che pero&#8217; è attiva, che non dorme, ma sogna ad occhi aperti. Solo che non è come in sogno, non c&#8217;è l&#8217;incoscienza del dormiente. Ma una coscienza risvegliata che contempla assorta il divenire degli accidenti, delle immagini che ti pensano. Ma basta, mi sembra d&#8217;annoiarti con questi dettagli. Avrei voluto anche parlarti di René, alla fine Simone ha avuto modo di presentarci, ma sarà per una prossima volta. Ora devo proprio lasciarti, sono quasi le cinque e io alle sette devo essere puntuale al corso di Mibu-kyogen. Spero di poterti scrivere già stanotte. Tanto sarà un&#8217;altra delle mie notti di veglia. A presto mia cara, e ricordati di ringraziare Cassandra da parte mia, per quelle parole cha ha aggiunto in calce alla lettera che ho ricevuto stamatina. Io non avro&#8217; modo di reincontrarla prima che lei riparta, quindi ringraziala sinceramente da parte mia e falle avere il cartincino che allego a questa lettera. Niente da nasconderti, certamente, dentro il cartoncino ho scritto un souvenir, o come dire, una poesia, di cui lei è stata mia musa, perchè m&#8217;ha persmesso di ricordarmi di quelle serate stupende che abbiamo passato come in esilio, con lei che più bella tra tutte le figlie del Duca de Priamo, mi sobillava, il lobo del moi orecchio tre le sue due labbra strette, delle seducenti profezie.<br />
Ma so che moriresti comunque dalla voglia di leggere questo mio cartoncino, e che ti arrischieresti fino a staccarne il sigillo in ceralacca, cosi, nella stessa lettera ti faccio avere un po&#8217; della mia lacca rosa all&#8217;aroma di Papa Meilland, e la copia d&#8217;un moi vecchio sigillo cilindrico. Ora devo proprio andare, vedo Claire e Solange che mi fanno dei gesti prepotenti e mi ricordano che il tempo passa, ed io devo proprio andare. Un bacione a te e al rosa.</p>
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		<title>Da Bagdad &#8211; Sbarco</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 18:59:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[EggS]]></category>
		<category><![CDATA[Radiogràfia]]></category>

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		<description><![CDATA[Bagdad_ Tensioni altissime! e ci troviamo appena alle porte della periferia di Bagdad.
Al passaggio delle camionette blindate, sponsorizzate dalle armate statunistensi, che ispezionano quartieri e dintorni, occhi diffidenti osservano l&#8217;arrivo di contingeti armati e telecamere.
Ne hanno visti parecchi in questi ultimi anni, sbarcati in massa assieme alle bombe, a riprendere l&#8217;esplosione di questo e quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bagdad_ Tensioni altissime! e ci troviamo appena alle porte della periferia di Bagdad.</p>
<p>Al passaggio delle camionette blindate, sponsorizzate dalle armate statunistensi, che ispezionano quartieri e dintorni, occhi diffidenti osservano l&#8217;arrivo di contingeti armati e telecamere.</p>
<p>Ne hanno visti parecchi in questi ultimi anni, sbarcati in massa assieme alle bombe, a riprendere l&#8217;esplosione di questo e quel palazzo, e di quel bambino salvato dalla croce rossa e ospitalizzato nel campo americano che è valso almeno due punti percentuali nei cuori degli elettori.</p>
<p>« Thinking are felling&#8230; On vote comme on soutien un&#8217;équipe de foot » dissero a fuoco incrociato il sottotenente Marhall Plane e il luogotenente Pierre de Surcrôit « de l&#8217;armé national française, à votre service mademoiselle, c&#8217;est un plaisir de vous servir&#8230; », che mi stanno accanto nella stiva dell&#8217;Alenia C-27J Spartan, messo a disposizione dalle forze armate italiane, presenti sul suolo iracheno sopratutto per far numero sui tavolini tripodi diplomatici e per cucinare qualcosa alle truppe Nato che non sopportano la sbobba delle mense dalla Us Force Army..</p>
<p>All&#8217;atterraggio veniamo scortati da una pattuglia di cinque uomini in tuta mimetica e col giubetto antiproietile, di cui anche noi siamo stati dotati. Passiamo un primo cheek-point che vista i documenti, squadra la testata e indica una zona da raggiungere ai soldati di scorta.</p>
<p>La camionetta messaci a disposizione, con lo stemma dei caschi blu dell&#8217;Onu appicicato sopra, fila ora dritta, parcheggia davanti ad una porta scorrevole in vetri &#8211; veniamo invitati a scendere &#8211; e la camionetta riparte con una sgommata sovraeccitata. « Sa&#8217;! i soldati in guerra sono sottopressione, è normale che poi si lascino un po&#8217; andare, sono giovani, ventenni, vede, vivevano in un paesino -   magari dell&#8217;Illinois -  uno di quei paesini in cui non c&#8217;è praticamente nulla da fare se non passare il tempo con gli amici al bar e andare a zonzo a rimochiare pischelline. E poi di colpo, patatran, ecco che ti ritrovi catapultato in mezzo a fucili, pistole, kalasnhikov, e uccidi gente&#8230; e poi è normale che la testa non giri poi tanto come si deve&#8230; ad un certo punto, credo, si svalvola&#8230; » « Si capisco, un trauma post parto, o post mortem&#8230; » « &#8230; sei li&#8217;, nell&#8217;Illinois, no&#8217;, c&#8217;è il football, ci sono i pop-corn, c&#8217;è il budino di domenica e il tacchino ai santi giorni, c&#8217;è la tua ragazza qualche isolato più in là, tu sei in camera tua che ti fai le pipe, e la mamma che è arrivata una lettera gialla dal ministero della difesa americano&#8230; aprendola scopri che sei convocato a tal data a tal ora in tale caserma &#8211; e c&#8217;è persino il biglietto aereo dentro &#8211; perchè sei stato arruolato dall&#8217;esercito americano per partire in missione a Bagdad&#8230; ecco il trauma&#8230;. è una specie di allucinazione che t&#8217;assale alla vista della lettera, dove scopri che di colpo la morte ti si fa vicina come un soffio, come un&#8217;occasione fortuita e prossima, e non invece quella possibilità che non pensavi potesse mai essere&#8230;. vede signorina, io ho coinciato cosi&#8217;, in Cambogia, e non ne sono uscito tanto liscio&#8230; da quando parti&#8217; in guerra non riesco più a smettere di tremare, guardi la mia pupilla sinistra&#8230; vede? » « Ma veramente, io, no, non vedo niente » « e neanch&#8217;io ci vedo più niente, una mina ha fatto saltare il mio di bulbo ottico, questo è un trapianto! » Ridendo, apri&#8217; una stanza, saluto&#8217; un ufficiale che mormoro&#8217; un &#8216;a riposo&#8217; in tono biacco e bavoso, e spari&#8217;, chiudendosi la porta alle spalle. L&#8217;interrogatorio coll&#8217;ufficiale duro&#8217; una buona mezz&#8217;oretta: dei &#8217;si&#8217; e dei &#8216;no&#8217; da sbarrare con una &#8216;x&#8217; ad un questionario idiota che conteneva domande del tipo: « credete nella democrazia? » « Il terrorismo è una malattia? » « Credete in dio?: e se si&#8217;: fatte una croce su: Cristo, Allah, Niente, Torah, o altro. »</p>
<p>Rendemmo i test all&#8217;ufficiale, che, senza spiccicare mezza parola da quando eravamo in quella stanza, ci accompagno&#8217; nella hall dell&#8217;albergo nel quale eravamo accampati. Qui ci distribuirono le chiavi e ci prelevarono dei campioni di sangue per questioni di sicurezza, ci venne spiegato, e ci venne fatto firmare un certificato d&#8217;assenso..</p>
<p>L&#8217;atrio dell&#8217;albergo ricordava un holet a cinque stelle al centro di Manhattan, con la sola differenza che qui non si vedevano circolare che soldati in divisa e giornalisti con pettorine e documenti sempre in vista, e, ogni tanto, qualche ministro che rilascia dichiarazioni, sottolinea l&#8217;orgoglio della patria e sostiene il coraggio dei nostri giovani, che son sempre pronti a venir decorati eroi una volta massacrati. Gli applausi ad ogni visita non mancano, anzi, per propiziarli, il ministro di carriera, si fa accompagnare sempre da un ricco buffet speciale e uno spettacolo per i soldati, in cui si invitano a ballare e cantare, per la pace, divi del cinema e della musica. Spesso il ministro se ne va molto soddisfato e con la disinvoltura di chi puo&#8217; dischiarare ai microfoni: « che lui ha fatto il suo meglio per la pace, ma che finché il terrorismo continuerà ad opporsi all&#8217;espansione del modello di civiltà dominante, questi sarà costretto, per il bene della libertà, della pace e del benessere sulla terra, di far la guerra a queste canaglie! » Ma questi eventi sono saltuari. Per il resto del tempo, i giornalisti sono confinati tra le cinta difensive che difendono questa zona di Bagdad, e ogni tanto, a giorni alterni, una camionetta dell&#8217;esercito americano ci aspetta fuori dal cancello per una visita guidata sui luoghi del disastro. Ci fanno fotografare le vecchie fondamenta del palazzo in cui si nascondeva quella canaglia di statista di Saddam, e ci portano sul luogo della sua cattura, dove possiamo ancora notare i resti dell&#8217;ultimo bivacco del dittatore, un urinatoio e alcune vesti lacere, prima che venisse sottoposto a dei contolli di routine igienica, per non rischiare di diffondere l&#8217;epidemia terrorista islamica nel mondo: potemmo visionare il filmato della visita medica una volta ritornati all&#8217;hotel.</p>
<p>Il vaccino più efficace e equo che il potere democratico ha approntato è il pendaglio al collo per il dittatore e una pioggia di bombe per i sudditi. L&#8217;igiene occidentale consisterà forse nella distruzione e annientamento d&#8217;ogni forma di vivente? Cosichè, tutto, equiparato a nulla, diventerà finalmente merce e non più solo feticcio? Il problema del capitalismo è forse un problema di verità e di manque? O saranno questioni energetiche e geopolitiche a muovere l&#8217;apparato intero? Ho provato a porre queste domande a un maresciallo della fanteria ma m&#8217;ha risposto con un seccato « no comment, non ho studiato, non sono pronto per oggi&#8230; possiamo fare domani? »</p>
<p>Da Bagdad per ora è tutto, anche perchè il coprifuoco è suonato ora e bisogna spegnere le luci.</p>
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		<title>La vie des étudiants</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Doxa et cie]]></category>

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		<description><![CDATA[« Cette mutilation de la jeunesse touche trop profondément sa nature pour que de longs discours puissent la dénoncer. Il faut renvoyer à la conscience de ceux qui pensent, à la résolution des braves. Elle ne relève pas de la polémique. »
En pleine crise de l’Université, Walter Benjamin, qui a alors vingt-deux ans, nous offre cette réflexion [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>« <em>Cette mutilation de la jeunesse touche trop profondément sa nature pour que de longs discours puissent la dénoncer. Il faut renvoyer à la conscience de ceux qui pensent, à la résolution des braves. Elle ne relève pas de la polémique. »</em></p>
<p>En pleine crise de l’Université, Walter Benjamin, qui a alors vingt-deux ans, nous offre cette réflexion inactuelle (un luxe de pensée pour notre actualité étudiante), qui maintient fermement la science comme horizon et comme but de la vie étudiante et de l’Université. La science est en effet sans cesse menacée en son essence par la nécessité de la professionnalisation et par ses compromis avec l’Etat et la société, qui tendent à l’assujettir à l’utilité « immédiate ». Benjamin en appel à la responsabilité des étudiants, il pose le problème de leur « mode de vie » : quelle vie faut-il mener pour servir la science, c’est à dire pour être en mesure de créer ?</p>
<p>« Libérer l’avenir de ce qui aujourd’hui le défigure ». Cette formule revient obstinément, comme un mot d’ordre, un programme ou un vœux : elle achève le paragraphe d’introduction et le discours lui-même. Cela signifie que l’avenir est présent, en tant qu’avenir, dans le temps présent. Paradoxalement, l’avenir, tout du moins sa figure, est exclusivement l’affaire d’aujourd’hui : il est le problème actuel, et il n’a pas d’autre actualité qu’aujourd’hui ( pas même « dans l’avenir »). Les problèmes de l’avenir et les problèmes « présents », les problèmes du présent, ne font donc qu’un, car le problème du présent est précisément la figure de l’avenir, qui, aujourd’hui comme en beaucoup de jours, se trouve « défiguré ». Et corrélativement, le présent n’a de dignité qu’en tant qu’il figure un certain avenir. La critique du présent ne vaut donc qu’en fonction de cet avenir, c’est une critique historique  destinée à « mettre en lumière la crise ». Le critère en sera « la science », terme générique qui inclut toutes les disciplines étudiées à l’Université. Car la science est cette activité transhistorique qui figure à la fois le passé, le présent et l’avenir et qui, en tant que telle, « est érigée comme le mur d’airain des étudiants contre toute prétention hétéronome ». De l’Histoire, du passé, elle hérite d’une certaine souveraineté, c’est à dire la légitimité de ne pas être légiférée par autrui. Il est juste de « prendre l’idée de la science comme étalon de la vie estudiantine » en tant qu’elle est la raison d’être de cette vie.</p>
<p>A ce titre, Benjamin insiste sur  l’exclusion mutuelle des exigences de la science et celles de la profession : « un des prétextes les plus candidement mensongers pour soustraire la science à toute exigence est de supposer qu’elle doit permettre à X ou Y de trouver leur métier ». Il détermine ici la science comme transcendant toute institution étatique, universitaire ou professionnelle :« la science ne souffre aucunement d’être séparée d’elle-même ». L’Université est pour sa part une institution compromise, et compromettant ainsi la science, avec l’Etat : « ce qui est signe de perversion, c’est qu’on garantisse et enseigne la liberté d’une science de laquelle on attend cependant cyniquement, comme si cela allait de soi, qu’elle conduise ses disciples à être des individus sociaux et des serviteurs de l’Etat ». De toute évidence, la science dont parle Benjamin ne peut ni se conformer aux normes sociales, ni être servile de quelque manière : elle doit se montrer souverainement réfractaire, sous peine de n’être plus la science. Il s’ensuit que travailler pour la science ne doit ni ne peut se limiter à une profession, fut-ce celle de professeur d’Université : Benjamin distingue l’enseignement, obligé par la science, de toute « forme professionnelle », y compris celle de « professeur d’Université ». L’exigence de la science, et donc de la vie de qui y prétend, se situe ailleurs que dans tout lieu dit <em>de science</em>, car elle excède tout contrôle, toute normalisation, toute  autorisation, tout titre, tout accord, toute récompense : «  On aboutit à rien de bon en appelant lieu de science des instituts qui permettent d’acquérir des titres, des habilitations, des chances de vie et de métier ». La tâche serait alors de «  substituer une communauté de sujets de la connaissance à une corporation de fonctionnaires et de diplômés ». Si, comme on dit, «  la science n’a rien à voir avec la vie », il faut que ce soit la science qui « façonne exclusivement la vie de qui s’attache à elle ».</p>
<p>Or, pour la grande majorité des étudiants, la science est seulement école professionnelle. L’Université recueille tous les mécontentements et toute la doxa de la « vie générale » ; elle ne possède rien en propre et se contente d’être « à la remorque de l’opinion publique ». Il lui manque précisément ce que l’on serait en droit d’attendre d’elle : «  le doute radical et la critique fondamentale, et ce qui serait plus nécessaire encore, la vie consacrée à une totale reconstruction ». Il s’agit d’un travail qui s’effectue à même la vie qui y est consacrée : non « toute une vie de travail », mais la vie elle-même qui travaille à l’ébranlement le plus profond, la déconstruction de ce qui s’ impose en se prétendant soi-même inéluctable.  Benjamin rappelle que, au dix-huitième siècle, la noblesse du monde étudiant était d’ « intervenir comme défenseur de la meilleur vie », la vie de « l’esprit créateur ».  Car si la science, par son applicabilité, donne l’illusion de rendre des services immédiats à l’Etat, elle a beaucoup plus à voir avec les Muses.</p>
<p>Mais, à nouveau, cet esprit créateur se trouve dénaturé ; l’esprit de l’ Université lui-même est étranger et hostile au mode de vie exigé par l’art car celui-ci ne renvoie à aucune fonction. Il s’agit alors de se demander ce que vaut la tolérance des « conceptions et doctrines les plus libres tant que l’on ne garanti pas la vie qu’elles entraîneraient avec elles» : Benjamin montre que les prétentions des institutions de l’Université et de l’Etat à favoriser l’art et la science sont contredites par les entraves qu’ils laissent mettre à la vie que ceux-ci exigent. L’Université elle-même n’est ainsi pas favorable à la science en tant que telle.</p>
<p>Benjamin pose alors la question de l’unité de la vie des étudiants. Il remarque que les étudiants contemporains ne jouent pas de rôle sur le « champ de bataille » intellectuel, dans les « nouveaux combats pour l’art » ; ils « ne se trouvent pas aux côtés de leurs écrivains, de leurs poètes » ; ils vont même jusqu’à « ignorer purement et simplement » les courants les plus modernes. Il considère le comportement de l’étudiant immature et digne d’un écolier, invoquant le « caractère machinal dont les étudiants suivent le cours magistral » et leur passivité devant les cours. Pour Benjamin, l’étudiant doit être maître tout autant qu’élève : les étudiants ne doivent pas se référer au professeur, mais à la science telle que l’incarnent bien plus et bien mieux « les anciens ». La communauté de l’étudiant est celle de la philosophie ; c’est elle qui permet l’unité de la vie et du métier : avant toute spécialisation disciplinaire et au-dessus de toutes les activités propres aux écoles professionnelles, il faut que <em>la communauté universitaire comme telle soit elle-même génératrice et protectrice de la forme de la communauté philosophique, en posant non point les problèmes techniques, mais bien les questions métaphysiques de Platon et de Spinoza, des romantiques et de Nietzsche [ajoutons : de Heidegger et Freud, de la pléiade des grands penseurs de la seconde moitié du XXe siècle, de Derrida].</em> L’Etat, même s’il se porte garant de la liberté de l’Université, ne peut la comprendre que comme agent de production ( à savoir : de savoir) et  ne peut comprendre la science que par référence au métier, non comme un mode de vie. Il revient donc à la communauté universitaire de se défendre elle-même en pensant et déconstruisant elle-même les fondements humanistes ( et le concept de l’homme qu’ils présupposent ) qui la protègent, mais qui en même temps sont ceux de la mondialisation, dont les effets menacent l’université aujourd’hui. C’est pourquoi « cette université exige et devrait se voir reconnaître en principe, outre ce qu’on appelle la liberté académique, une liberté <em>inconditionnelle</em> de questionnement et de proposition, voire, plus encore, le droit de dire publiquement tout ce qu’exigent une recherche, un savoir et une pensée de la <em>vérité</em><a href="#_ftn1">[1]</a> ».  L’université, et avec elle la pensée, est ainsi la seule à pouvoir se défendre : cette résistance est son activité même. Cette activité exige l’unité du mode de vie et de la pensée en tant qu’ils ne cessent de se renouveler. La métaphysique est le lieu, le « champ de bataille » où se joue la possibilité de ce renouvellement.</p>
<p>Mais les étudiants sont absents de ce lieu : leur mode de vie est repose sur une conception de la jeunesse telle qu’elle est considérée comme une période transitoire de la vie, dont il faudrait profiter par le jeu, le pseudo-libertinage et le passe-temps, avant devenir fonction en de fondant une famille et en exerçant un métier. Il s’agirait au contraire de rendre la jeunesse digne, tournée vers l’esprit de la création ; il faut pour cela le courage de la solitude nécessaire et la capacité d’assumer le « caractère périlleux de la vie de l’esprit », massivement inconsidéré par lâcheté.</p>
<p>Benjamin pose alors la question audacieuse de la sexualité des étudiants, « la convention érotique qui déforme la vie inconsciente des étudiants ». Il existe en effet une tension entre deux pôles de l’éros :  le pôle de l’éros créateur et celui de l’éros procréateur, dans la mesure où tous deux sont mis à mal. A l’éros créateur se substitue la volonté de trouver un métier, et à l’éros procréateur se substitue le sexe vécu à travers une représentation pornographique : les deux éros sont en fait subordonnés aux notions d’utilité, d’obligation, de besoin, de manque, de performance et grégarité. Nous voici en face de ce qui défigure l’avenir. «  C’est la peur de l’avenir et, en même temps, façon de pactiser, le cœur léger, avec l’inévitable philistinisme<a href="#_ftn2">[2]</a> que l’on envisage volontiers pour le temps où l’on sera soi-même ‘‘un ancien’’ ». Et voilà que l’éros créateur doit rendre ses comptes à l’éros procréateur de sa maladie : la jeunesse dont on a «profité» n’a pas permis le renouvellement du monde et de la vie, on ne s’est pas préparé à enseigner aux générations nouvelles-venues. Les voici jugés par la nature : « Aussi longtemps que les étudiants se refuseront à cette vie, leur existence sera châtiée par la laideur, et même le plus insensible sentira dans son cœur la morsure du désespoir ». La terrible morale, la loi du Temps irréductible à l’Histoire, est à la hauteur de ses enjeux : sa force s’exprime dans les formules de Benjamin :</p>
<p>Les étudiants ne sont point jeunes, ils sont ceux qui vieillissent […] Sans la déploration d’une grandeur manquée, on ne peut atteindre à aucun renouvellement de sa vie […] Ils se mesurent à l’étalon de leur père, non de leurs successeurs, et sauvent le faux semblant de leur jeunesse. Leur amitié est sans grandeur, sans solitude. L’expansive amitié du créateur, orienté vers l’infini, et qui va encore à l’humanité même lorsqu’elle est celle de deux personnes ou que seule demeure la nostalgie –voilà qui n’a aucune place dans la jeunesse universitaire ».</p>
<p>Qui oserait encore parler de grandeur aujourd’hui ? Qui entendrait cet appel messianique et saurait en tirer les conséquences pour sa vie ?</p>
<p>Walter Benjamin-Bastien Noël</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> J. Derrida, <em>L’université sans condition. </em>Ce qui  précède paraphrase, dans le même texte, ceci : <em>Aujourd’hui, la déclaration renouvelée des « Droits de l’homme »(1948)(…) forment l’horizon de la mondialisation et du droit international qui est sensé veiller sur elle [la vérité](…)Mais que ces discussions soient critiques ou déconstructives, ce qui concerne la question et l’histoire de la vérité dans son rapport à la question de l’homme, du propre de l’homme, du droit de l’homme, du crime contre l’humanité etc, tout cela doit en principe trouver son lieu de discussion </em>inconditionnel<em> et sans présupposé, son espace légitime de travail, </em>dans<em> l’université, et en elle, par excellence, </em>dans<em> les Humanités </em></p>
<p><a href="#_ftnref">[2]</a> <em>désigne un état d’esprit qui juge de tout en terme d’utilité immédiate et de « valeur matérielle » et n’a donc pas d’yeux pour des objets et des occupations aussi inutiles que ceux relevant de la nature et de l’art.</em> Def : H.Arendt, <em>La crise de la culture </em>in<em> La crise de la culture, folio essai, trad. Patrick Lévy</em></p>
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		<title>Hypnogée</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:38:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Doxa et cie]]></category>

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		<description><![CDATA[1.l&#8217;ancêtre et le fossile
Un homme
Une pierre
L&#8217;homme et la pierre
se touchent et se touchant
échangent leur visage trait pour trait
la pierre écrit l&#8217;homme
qui écrit la pierre ils s&#8217;écrivent
sans un cri juste la claire évidence
que la pierre respire en l&#8217;homme
qui respire en la pierre
un peu de peau
se dépose sur le granit
un peu de granit
s&#8217;enfonce sous la peau
l&#8217;homme inscrit son nom
dans la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1.l&#8217;ancêtre et le fossile</p>
<p>Un homme<br />
Une pierre<br />
L&#8217;homme et la pierre<br />
se touchent et se touchant<br />
échangent leur visage trait pour trait<br />
la pierre écrit l&#8217;homme<br />
qui écrit la pierre ils s&#8217;écrivent<br />
sans un cri juste la claire évidence<br />
que la pierre respire en l&#8217;homme<br />
qui respire en la pierre<br />
un peu de peau<br />
se dépose sur le granit<br />
un peu de granit<br />
s&#8217;enfonce sous la peau<br />
l&#8217;homme inscrit son nom<br />
dans la pierre<br />
la pierre accueille ce nom<br />
étrange d&#8217;homme<br />
la pierre ne peut promettre à l&#8217;homme<br />
qu&#8217;elle  la pierre<br />
gardera intact ce nom<br />
qui pése déjà si lourd<br />
qui pèse  de toute sa charge de secret<br />
comment pourrait elle le supporter elle la pierre?<br />
la pierre recueille ce nom<br />
Etranger l&#8217;homme ne réclame rien de la pierre<br />
et s&#8217;en sépare<br />
Reste un nom sur une pierre<br />
Reste ce nom sur cette pierre<br />
comme pour témoigner de la rencontre  entre un homme et une pierre<br />
entre cet homme et cette pierre<br />
qui touchant leurs limites se sont illimités<br />
tout en gardant<br />
l&#8217;érosion en partage</p>
<p>à suivre&#8230;</p>
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		<title>Epilepse</title>
		<link>http://www.dogonreview.org/v3/epilepse</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:12:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Doxa et cie]]></category>

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		<description><![CDATA[En une nuit semblable à toutes celles sans lune
La plèbe, de nouveau coagulée s&#8217;amoncelle
Dans le cratère de vit cornu et maternel
Du monstre Kha aux douze fêlures et une lacune
Ainsi repose la fumure des champs d&#8217;orage
Quand une rumeur surgie du tellure grondant
Se profile et s’extirpe des fugaces ombrages
Comme la matière devient corps en s’arrachant
l&#8217;Artificier, patibulaire et déluré
se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>En une nuit semblable à toutes celles sans lune</p>
<p>La plèbe, de nouveau coagulée s&#8217;amoncelle</p>
<p>Dans le cratère de vit cornu et maternel</p>
<p>Du monstre Kha aux douze fêlures et une lacune</p>
<p>Ainsi repose la fumure des champs d&#8217;orage</p>
<p>Quand une rumeur surgie du tellure grondant</p>
<p>Se profile et s’extirpe des fugaces ombrages</p>
<p>Comme la matière devient corps en s’arrachant</p>
<p>l&#8217;Artificier, patibulaire et déluré</p>
<p>se vit aussitôt assigner la renommée</p>
<p>de l&#8217;intriguant enfant bâtard de l&#8217;incident</p>
<p>Craint et patient il léchait dans son atelier</p>
<p>ses talents cryptiques d&#8217;artisan de l’accident.</p>
<p>A l&#8217;aube des quolibets, il se fit exploser</p>
<p><em>La flagrance de ce </em>coup <em>chirurgical retentit tel un bastringue de haut vacarme pilonnant la basse-cour des miracles. Une émeute carnavalesque se propage au loin avec en son sein les promesses d&#8217;une pandémie.</em></p>
<p>Des sinves malingres tournicotant d&#8217;une farandole à l&#8217;autre, gambillant sur le cliquetis délicat d&#8217;un bouquet de babioles&#8230;</p>
<p>Des chiffes sémillantes se débondant en d&#8217;ample gesticulures moites&#8230;</p>
<p>Des vertuoses ergotant de la grosse faconde grumeleuse de crachats affalés&#8230;</p>
<p>Des ganaches patentés claudiquant de biseau, tripetant leurs propres ripatons&#8230;</p>
<p>Des beurriers calfeutrés foliotant le bréviaire des sommeils éventrés&#8230;</p>
<p>Des soudrilles pétaradant leur haleine resucée de pituites rances et filandreuses&#8230;</p>
<p>Des boudrilles dobant le prurin de fiel, écossant le vilain sous l&#8217;abat-jour&#8230;</p>
<p>Des gerbiers criards épongeant la paperasse des vilipendaisons profilactiques&#8230;</p>
<p>Des tronçons de chiourme tossant dans le tumulte des marées dédites, abolis dès l&#8217;essor par l&#8217;estacadastre&#8230;</p>
<p>Des babillards abiotiques et curaillons de mauvaises graisses crépitant, tortillant les guenilles replètes de pudibondes godillantes en pleine combergeante clinique&#8230;</p>
<p>Des ouailles fenasses transies aux lourdes des priantes, agrippées tout du long par <em>la tripe</em> tenace dont elles sont le greffon&#8230;</p>
<p>Des prédicateurs voûtés aux goitres brimbalant, pelotant le pouls molletonné de cagots timorés&#8230;</p>
<p>Des doctes infatués de fatiguer tout les savoirs, boursouflés de purpura, de bouffées analysogènes&#8230;</p>
<p>Des galfâtres acariâtres s’accomplaisant dans la palabre impotente et l’égrotante marascade,  taquinant la muse à se pâmer d’effroi, tançant la gomme, escrachant la maraille, morigénant le nave par vague de magnes&#8230;</p>
<p>Des culturistes gaviolés de morgue fricotant avec la coterie des piètres fadards. Un gros bubon, ce Singeposium là! Ce synode défroqual de stylites littérateurs entramés estampillant l&#8217;ignardise pour tous, tous balbutiant le baragouin des barbons guindés&#8230;</p>
<p>Des cabots sveltes fantochards pétrulant, se déversant en une pléthore de pathos flasque dans le faste épuré d&#8217;un cambuse de pantoches béats et autres ni-nilistes fats raquant sec taros comptant pour des échantillons de justesse humorale stricte, pour la besogne de l&#8217;effusion mignarde épiphallique, pour de la gaudriole de cire&#8230;</p>
<p>Des filmistes ne panotant qu&#8217;entre les angles, gratouillant la pelure des rétines de leur réticule moignon&#8230;</p>
<p>Des guincheuses d’Opérette moussant telles des poches étanches de gaz pétri centrifugées par tétanie de grâce&#8230;</p>
<p>l&#8217;Honni-science et ses toubibs furetant les taudis de la santé sûre, supputant les densités raboteuses du limon de fond de carcasse, enrôlant dolents poreux et séditieux malfamés pour le rut insatiable d&#8217;un lazaret&#8230;</p>
<p>Des potards  frolâtant raz les cuves, touillant la potasse de méninges en pagaille, lorgnant  suer dans l&#8217;étuve des onguents pour vermicelles&#8230;</p>
<p>Des frolos de fraiseuses se patinant du bout d&#8217;une bouche de bègue, avec la manche paterne du bonze encageant le geste&#8230;</p>
<p>Des gaupes barbouillées du bide dévalant l&#8217;artère de ruelles pansues, ravalant goulûment le caillon de leur débâcle&#8230;</p>
<p>Des pouacres disséminés dans le nombre plan&#8230;</p>
<p><em>Se distingue une silhouette, il s&#8217;agit du Gouape.</em></p>
<h2>LE GOUAPE</h2>
<p>Et moi le gouape<strong> </strong>et mes paroles de travers, et moi le dégingandé, fouailleux désinvolte, et mes rapinades de poigre, mon turbin d’arcan et mes arcanes importunes, ma drague-surin de merlifiche bribaudain, moi le pitruculent, je rumine et crapote des nuées de fulminate en suspens, des tourmentes de grenaille ardente, de la brouillasse de mélasse acre, rumine et crapote par rafales de salves, rumine et exhale le fumet des  futailles des caves de la cabale, moi le gouape je plomb, je météore des spores de pus fécond fracassés contre les pupes larvées sous le clou du cu cloué au plexus distendu du sexes gloutons qu&#8217;un consensus de lectateurs initiés veulent repaître, une bonne fois pour toutes. Je m&#8217;effiloche, apostrophe, m&#8217;éparpille, preste me transbahute…</p>
<p><em>Il éternue une fine buée de suie.</em></p>
<p><em>Un temps.</em></p>
<p><em>Tout d&#8217;abord quelques palpitations floues, </em></p>
<p><em>puis l&#8217;esquisse d&#8217;une crampe renversée,</em></p>
<p><em>et c&#8217;est la pétrifaction de masse de cette foule exiguë, syncopée, en clôture rampante, incapable déjà de faire foule tant le ploiement de membres et la chutes de sexes pressés la précipitent dans le trou de viscère que résorbe un hoquet de remugle éventé.</em></p>
<p><em>Un temps; frêle augure.</em></p>
<p><em>Puis c&#8217;est Le Grand Débraillement</em></p>
<p>Que par l&#8217;exacte infusion de la<em> bombe cuite, </em>se<em> </em>fomentent et s&#8217;affirment de fols Faunes frénétiques aux fumerolles de foutre, que s&#8217;affirment et fulminent d&#8217;affames Furies forcenées défoncées à la foudre, et que de leurs interjections ourigames fulgurent d&#8217;éréthiques figures d&#8217;ébouillante abrasive à bout de demi mots nommés; qu&#8217;ils soient le <em>coup</em> de fusain au <em>coup</em> chirurgical.</p>
<p>Que par l&#8217;extrême croissance en gerbe du <em>vertige comprimé</em>,<em> </em>se contorsionne indolemment la <em>tenue</em> amusculée de l&#8217;organe ogive;<em> </em>que se convulse la garniture géométrique des choses, vainement cramponnées du <em>creux</em>, rabattu en ourlet contre le <em>motif</em> en creux du support de l&#8217;intact</p>
<p>Que de cet éclat d&#8217;éparse simultané je jaillisse, je-subjectile en corps-texte</p>
<p>HUMUS EX MACHINA</p>
<p>Charly Breton</p>
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		<item>
		<title>Déblatération (note chameau) sur Charly Breton</title>
		<link>http://www.dogonreview.org/v3/deblateration-note-chameau-sur-charly-breton</link>
		<comments>http://www.dogonreview.org/v3/deblateration-note-chameau-sur-charly-breton#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Doxa et cie]]></category>

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		<description><![CDATA[à Charly Breton. Pardon.
Nous proposons ici une note de lecture sur deux textes de Charly Breton publiés dans la précédente revue ( janvier 2009): Salmigondis et &#8220;Coincé entre deux meubles&#8230;&#8221;
Tout commentaire, pour peu qu&#8217;il existe, détermine puissamment ce qu&#8217;il commente. Et si, dans les institutions en charge de cette tâche, il y a l&#8217;effet de [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>à Charly Breton. Pardon.</em></p>
<p>Nous proposons ici une note de lecture sur deux textes de Charly Breton publiés dans la précédente revue ( janvier 2009): <em>Salmigondis</em> et <em>&#8220;Coincé entre deux meubles&#8230;&#8221;</em></p>
<p>Tout commentaire, pour peu qu&#8217;il existe, détermine puissamment ce qu&#8217;il commente. Et si, dans les institutions en charge de cette tâche, il y a l&#8217;effet de relations de pouvoir, le pouvoir qu&#8217;exerce le lecteur sur le texte qui s&#8217;expose à lui est le plus efficace ( avant toute relation de hiérarchie, par exemple). C&#8217;est donc aussi celui qui présente le plus grand risque et la plus grande responsabilité. Ce risque peut-être le désir du &#8220;une bonne fois pour toute&#8221;; de vouloir d&#8217;une lecture accomplir, de vouloir en finir, vouloir avoir, au plus tôt, le dernier mot. En un mot le désir d&#8217;exterminer. &#8220;La réduction est une urgence&#8221;. Réduire: rendre ou reproduire en plus petit. Ou à état plus élémentaire (décomplexé). Amener à un état de dépendance, voire désorganiser et vaincre. L&#8217;urgence est une nécessité. Celle d&#8217;agir vite.</p>
<p><em> &#8220;La réduction est une urgence. L&#8217;amalgame tabulaire, c&#8217;est extirper la vision des vues par l&#8217;affaissement du sens et l&#8217;enrayement de l&#8217;imaginerie</em>&#8221;</p>
<p>L&#8217;exergue liminaire, cette apparition présentant l&#8217;ouverture qui permet l&#8217;apparition en la prévenant, annonce et énonce l&#8217;appréhension qui prévient l&#8217;écriture (dans et par l’écriture elle-même) : l&#8217; &#8220;urgence&#8221; de la &#8220;réduction&#8221; qui affaisse le sens du texte et le réduit à autre chose qu&#8217;un texte, en idéalisant une synchronie totale: celle du tableau. Un double mouvement, le sens ployant sous un poids d&#8217;une part, où pèse la menace de sa résorption, et d&#8217;autre part la machinerie de production d&#8217;images tombant en panne, sépare d&#8217;une distinction qui a la violence d&#8217;un arrachement la vision des vues. La production machinale de sens n&#8217;a plus lieu, la production toujours renouvelée d&#8217;images s&#8217;arrête, le texte se fixe et se condense; c&#8217;est &#8220;l&#8217;amalgame tabulaire&#8221;. La vision est enveloppée par les vues perspectivistes et intéressées, mais sur lesquelles elle est toujours en excès. &#8220;L&#8217;amalgame tabulaire&#8221; est leur séparation, la vision idéale, désincarnée et abstraite de toute perspective, ou bien les vues reconduites à leur dessein, ramenées aux seules intentions des yeux : état pathologique de la littérature; peut-être bien le chef-d’œuvre en tant qu&#8217;il est le mythe de ceux &#8220;qui s&#8217;inventent des chef-d’œuvres et se taguent Mallarmé sur les tempes&#8221;. Le chef d’œuvres est l&#8217;état hyperbolique de l’œuvre, l’œuvre comme accomplie. L&#8217;oeuvre, si elle est substantif, laisse travailler en elle le verbe; dans le chef œuvre, l’œuvre devient subordonnée au chef, au céphallique, au capital, à un cap: elle n’œuvre plus d&#8217;elle-même. Le chef d’œuvre relève donc bien du &#8220;tabulaire&#8221;: Julien Gracq, à propos de la peinture, formule en ces termes &#8221; la signification essentiellement terminale des chefs-d&#8217;oeuvres&#8221; (<em>En lisant en écrivant</em>).</p>
<p>Et l&#8217;écrivain de devancer cette réduction, tentant de la déjouer, par une salmigondis: un assemblage de choses éparses trouvant une unité par effet textuel: tente-t-on d&#8217;exploser les formes les sujets, les objets, la langue même, le sens est toujours un seul sens. Ce n&#8217;est pas néanmoins l&#8217;unité prétendue d’une idée, d’un vouloir-dire ou d’un thème qui fera le sens. La possibilité d&#8217;une salmigondis ne peut s&#8217;offrir qu&#8217;en l&#8217;absence d&#8217;un projet d&#8217;écriture qui d’avance l&#8217;unifierait. Alors, en quoi consiste cette écriture? D’abord elle se produit comme signes de son propre négatif: elle est d&#8217;abord pour exclure et nier ce qui empêche son éploiement, en le nommant. Selon sa mise en scène, elle s&#8217;ouvre sur la virtualité d&#8217;un conditionnel immédiatement mis en rapport avec sa condition de possibilité, qu&#8217;elle pressent comme une impossibilité de l&#8217;écriture, d&#8217;après la prévention de l&#8217;exergue. Si la machine textuelle ne fonctionnait pas, si elle ne pouvait pas fonctionner? Ce que nous appelons le négatif, alors, signifie ce qui l&#8217;enraye. Toutes les machines -signifiées- de ces textes sont enrayée, lacunaires ou détraquées: elles dérèglent elles-même leur fonction ( sauf peut-être la machinerie du corps, qui fonctionne trop bien): &#8221; Si je suis une variation des silhouettes qui déambulent sous la houlette d&#8217;un roulement à un seul trou (&#8230;)&#8221; La virtualité ouverte par le conditionnel se résorbe en une inconditionnalité du devenir ou de l&#8217;avenir: le roulement de la machine n&#8217;a qu&#8217;une issue, il bouche tous les possibles. La formulation &#8220;houlette d&#8217;un roulement&#8221; appelle une contrepèterie -ce n&#8217;est pas forcer la lecture, mais le jeu nécessaire des signifiants-, dont le sens se surimprime: « la roulette d&#8217;un houlement » à un seul trou: molle agitation de masse à issue &#8211; à sens &#8211; unique. Pas de jeu ni de gain à une telle roulette, et elle est comme russe: trou de balle ou de bille, un seul possible équivaut l&#8217;im-possible. Et la seule chose dont on peut dire qu&#8217;elle arrive avec certitude, à l&#8217;exclusion des autres, c&#8217;est la mort. Les silhouettes subordonnées à cette houlette-roulette sont comme d&#8217;avance mortes; elles ne sont que vagues contours indistincts, elles apparaissent comme fantômes ou revenants. Cette mort est hyperbolique ou absolue: elle n&#8217;est pas tant la perte d&#8217;une vie que son non-renouvellement. La mort hyperbolique, c&#8217;est l&#8217;un-seul-possible, l&#8217;un-possible ou l&#8217;im-possible, &#8220;hasard pipé&#8221; où plus rien n&#8217;arrive qu&#8217;une répétition qui s&#8217;épuise et rejetons du néant: &#8220;Ce hasard pipé n&#8217;est plus qu&#8217;une rengaine ainsi, une succession d&#8217;accouchements par le vide.&#8221; Le présent est comme suspendu, un éternel sursis alors qu&#8217;il n&#8217;y a rien à venir qu&#8217;une rétrospective avortée: l&#8217;invention devient inventaire raté.  &#8220;Pour l&#8217;instant, je reste pendu aux tifs d&#8217;Apollinaire, dans la bohême violente de son présent réinventé. Cette épokhè de la bile. Puis vient l&#8217; inventaire de demain, interrompu, avorté au bout de lui-même.&#8221; Que la rengaine de ce qui n&#8217;est déjà plus, rien, que des silhouettes de revenants qui ne sont même plus personne; elles n&#8217;ont même plus de nom. &#8220;Je&#8221; n&#8217;est alors plus que le sujet d&#8217;une écriture qui n&#8217;embraye ( l&#8217;embrayage aussi est enrayé) que sur elle même: sur l&#8217;écriture même, sur la langue même qui devance sa parole: c&#8217;est la langue elle-même qui dit &#8220;je&#8221;, &#8220;je&#8221; n&#8217; indique plus un narrateur, un énonciateur ou un écrivain. Non seulement parce qu&#8217;elle ne fait sens qu&#8217;à s&#8217; épuiser dans une répétition indifférente, mais encore parce qu&#8217; elle est prévenue par sa revenance même ( ce qui revient au même). Ainsi du sujet le nom s&#8217;efface, à n&#8217;être plus saisi que par l&#8217;apostrophe ou le surnom générique: &#8220;Monsieur&#8221;; &#8220;Mon jule&#8221; ( sans majuscule: nom commun). D&#8217;appropriation de la langue qu&#8217;à se déproprier d&#8217;un soi. Que gagner à ce troc sinon que de disparaître dans l&#8217;effet de structure et que de gagner autant que la langue une morale ? L&#8217;abandon  fictif <em>de</em> la langue se remarque d&#8217;un abandon <em>à</em> la langue : &#8221; j&#8217;abandonne le kiosque des foires aux militants qui dealent des cantiques démocratiques aux gargouilles de leur paroisse(&#8230;)&#8221;. Et la langue se trahi, elle ne signifie en puissance qu‘une morale dont peut lire la perversion à même le signifiant: &#8221; Heil-truisme&#8221;. C&#8217;est pourquoi &#8220;je&#8221; joue de et contre cette perversion en formulant ce que je veux fuir et discriminer &#8211; le comprenant.</p>
<p>La littérature aussi devient im-possible, devancée qu&#8217;elle est par son propre statut: l&#8217;écriture, lorsqu&#8217;elle tente de se frayer une voie/x dans l&#8217;espace saturé du déjà-là de la langue, ne se signifie plus qu&#8217;en tant que littérature et neutralise par la prévalence de ce statut le sens du tissu de signifiants: la permission d&#8217;écrire -d’être lu-  n&#8217;est donnée qu&#8217;à cette double condition de répondre à la figure littéraire de l&#8217;écrivain et à sa vaccine de nouveauté : un &#8220;Monsieur&#8221;, un &#8220;Mon jule&#8221;, encore. L&#8217;héritage mallarméiste est cette morale du langage qui n&#8217;autorise à rien dire que la langue et sa méta-textualité; une complaisance dans l&#8217;insignifiance du signifiant ainsi parodiée: &#8221; La nuance, mon mignon, est un labsus, c&#8217;est pourquoi la giclée, cette muette volatile, ne peut qu&#8217;orner mon néant aléatoire, l&#8217;emprise de tout ce qui existe Ô !  <em>Complainte tragique et vidange des bons sentiments&#8221;</em>.</p>
<p>Le motif de la domesticité filé dans les trois textes prend en charge non à proprement parler une critique ( &#8220;proprement parler&#8221; serait se soumettre à cette domesticité) mais l&#8217;écriture d&#8217;une valeur ainsi dévaluée. Le motif de la domesticité-valeur dévaluée congédie d&#8217;un geste les velléités à la maîtrise ( de la signification). Le domestique s&#8217;organise selon des oppositions de valeurs, toujours d&#8217;usage et dont l&#8217;efficace est toujours plus ou moins latente, dont les termes hiérarchisés de chaque pôle correspondent avec leurs homologues de manière transversale (extérieur/intérieur; propreté-propriété/ saleté; noble/ignoble; bien/mal; haut/bas; normal-sain-naturel / autre-étrange-aliéné-pathologique, etc). L&#8217;écriture de Breton complique ces oppositions et fait jouer les valeurs par un jeu qu&#8217;on ne peut dire oxymorique ou, avec Gerard Genette, d&#8217; hyperboles, qu&#8217; à en reconnaître &#8220;l&#8217;objective étrangeté&#8221;, c&#8217;est à dire une rupture d&#8217;avec la culture qui fait assez partie de nos moeurs culturelles pour que l&#8217;on puisse y reconnaître la &#8220;surprise&#8221;. Or, nous sommes pour ainsi dire en-deçà de la &#8220;référence&#8221; culturelle, dans une axiologie selon laquelle il n&#8217;y a jamais opposition mais concomitence des termes : il faut pour cela en passer par un renversement de la hierarchie, qui vient jouer avec l&#8217;inertie de la première, ce qui a pour effet l&#8217;annulation de la polarisation simples des termes des valeurs et la mise en tension de leurs relations.  &#8221; Je ne connais aucun individu domestique&#8221;, soit aucun individu maîtrisant-maîtrisé, mais encore aucun &#8220;individu&#8221;: il y a déjà chez moi, dans ma &#8220;biologie académique&#8221; Monsieur et mon jules; je ne suis &#8220;apatride&#8221;, sans patrie mais aussi sans père, que pour autant que je suis &#8220;trempé dans le reflux d&#8217;écume &#8220;épistémologique&#8221;, ou bien salement greffé au détour d&#8217;un oeil qui se lorgnerait dans un coin&#8221;.  Je suis sujet (passif) aux réflexes &#8220;épistémologiques&#8221; qui ne sont plus qu&#8217;écume, je suis imbibé du reflux de cette écume, du retour de deux états mélangés de la matière, l&#8217;état liquide et l&#8217;état gazeux (rien de solide), et cette bâtardise efficace se donne l&#8217;aspect de l&#8217;innocence et de la pureté ! Je ne sais plus maîtriser ma manière de maîtriser les choses. Ou bien, mon oeil épie son propre regards, ses propres vues, et surtout il voit bien qu&#8217; il n&#8217;a rien de propre: son jugement ne lui appartient pas et, n&#8217;étant qu&#8217;oeil, il est privé des moyens d&#8217;opérer sur lui-même (ou lui-autre): il lui faudrait des mains. Ancun individu, donc, car d&#8217;une part imprégné de déterminations sociales historiques et culturelles, et d&#8217;autre part sujet d&#8217;une sission. Le domestique se révèle une croyance, soit une réalité incommensurable au réel. Il n&#8217;est qu&#8217;un fait de discours compliqué par la textualité du texte.<strong> </strong></p>
<p>Il est cependanr le critère qui commande encore la valeur de la littérature, par des notions régressives d&#8217;auteur et d&#8217;autorité. Sous couvert de Littérature, de la vision seule, les vues d&#8217;un moi ou d&#8217;un émoi (&#8220;se mouiller l&#8217;âme&#8221;, formule reprise au Roland Barthes des <em>Mythologies</em>) oeuvrent : l&#8217;enjeu des textes est couvert par les enjeux paralittéraire: la valeur de l&#8217;auteur, son prestige : &#8220;MOsieur à la tribune, coiffé d&#8217;une auréole à facette articule son dialecte du bout des doigts: [ <em>da capo</em>: <em>incipit parodia</em> ! note du commenteur]<em> &#8221; l&#8217;effluve de ma verve, tel l&#8217;écume d&#8217;un négatif d&#8217;azur; l&#8217;effluve de ma verve, l&#8217;excrétion de mon organe discursif, la sueur de mes salives ; l&#8217;effluve de ma verve déborde de mon abîme labial et se répand le long de cette mécanique différée , ce simple zèle revers de manche, jusqu&#8217;au pinacle de mes ongles, d&#8217;où il me suffit une mesure de virtuose pour éclabousser l&#8217;esprit et le papier qui le prolonge&#8221;.</em></p>
<p>La valeur socialement attribuée ne saurait être qu&#8217;un rapatriement moral : le texte a son prétexte, la littérature, qui le verni. Elle est valeur de circulation ( d&#8217;échange) et non production de valeur; lue et comprise d&#8217;un sens attendu, et reconnu plus que découvert.<strong> </strong>La présomption de tel sens est l&#8217; oubli nécessaire du travail du texte; au mieux elle est déjà le travail d&#8217;un autre texte écrit ailleurs et autrement.  Le complexe de valorisation est essentiellement moral; et la valeur attribuée converti même la valeur &#8220;bas&#8221;, non en noble, mais en domestique: &#8220;monsieur s&#8217;est fait installer un bidet sous chaque ongle, une salle comble dans chaque décombre. Mon jules est devenu le Conte de Tchernobyl, il engrosse ses actions sur la grasse. La misère, son composte.&#8221; La laideur informe du masque d&#8217;argile n&#8217;est assumée que parce qu&#8217;elle est reconnue comme masque de beauté. Et il faut maintenant s&#8217;en prendre à la parole comme l&#8217;idiome prétendu unique d&#8217;un corps singulier: son excrétion. L&#8217;excrétion est le déchet constitutif du domestique, ce dont on voudrait se débarrasser mais qui suinte de partout : la sur-signifiance du signifiant, que l&#8217;on surveille en la tenant pour l&#8217;excroissance d&#8217;un moi et sous son autorité; ils lui reviennent comme ses droits d&#8217;auteurs: il réalise ainsi une plus-value sur sa propre parole. L&#8217;excrétion est la fonction organique d&#8217;évacuation et de sensure (note homonyme). L&#8217;espace littéraire est tel que le texte est déjà prévenu par un discours &#8220;sur&#8221; la littérature et comme la voilant, un discours de maîtrise: domestiquant. Alors faut-il aller voir du côté du déchet, le &#8220;ressuer&#8221;, c&#8217;est à dire s&#8217;en laisser traverser et le perdre à nouveau.</p>
<p>C&#8217;est selon cette modalité que le texte &#8220;Coincé entre deux meubles&#8230;&#8221; met en scène une lecture du <em>Van Gogh, le suicidé de la société,</em> d&#8217;Antonin Artaud. Il ne suffit pas de triturer les déchets pour empêcher le retour du domestique. Il n&#8217;y a d&#8217;ailleurs pas de lecture qui ne suppose un signifié; tout repose sur la manière dont on est prêt à rejouer le sens: c&#8217;est à dire écrire la lecture. Si cette lecture à valeur de témoignage, c&#8217;est à dire qu&#8217;elle est <em>vécue</em>, c&#8217;est que jouer le sens, sur une roulette à plus d&#8217;un seul trou, c&#8217;est jouer du tout du sens une fine coupe, qui peut affecter tout le sens comme le sens de tout. Mais le domestique, incorporé, empêche d&#8217;augmenter la mise du sens: le tout du sens fait aussi manquer le sens du texte, il ne se laisse pas si facilement affecter. &#8220;J&#8217;ai témoigné, oui, au suicide de Mômo, avec tous mes gris-gris flagrants, avec toute ma biologie académique. Je me suis fait ressuer même (&#8230;) » Cet entrave révèle l&#8217;enjeu de la lecture du <em>Van Gogh </em>d&#8217;Artaud et son opération: l&#8217;effet de sensure est le même que celui qui  &#8220;suicide&#8221;.  La censure du sens est en même temps celle de la chair sensible, ce qui revient à ce même: l&#8217; extermination. ( Artaud est interné durant les années de nazisme). Et il faut à la société de continuer à tuer, aux artistes de se suicider, et à tous d&#8217;être fascinés et de s&#8217;en nourrir. La promotion domestique, c&#8217;est à dire le complexe social de valorisation est ainsi formulée: &#8220;Une réduc sur un sofa électrique ça vaut le coup non? Dans l&#8217;alcove d&#8217;une chambre à Anvers&#8230;&#8221; On peut dire que le sort de Van Gogh à Anvers est l&#8217;envers de sa promotion sociale: il ne prend toute sa valeur qu&#8217;au moment ou il cesse de produire. <strong>(note taschen)</strong> Il ne s&#8217;agit pas seulement de constater que les artistes sont tabous ( c&#8217;est à dire à la fois sacré et maudit : le tabou est antérieur à cette distinction), mais que c&#8217;est leur statut social, mondain, qui les rend tels. A rester dans le discours littéraire on ne fait que redoubler sur et par un nouveau texte cette sensure: le lecteur lui-même ne peut manquer de répéter le geste qui &#8220;suicide&#8221; l’auteur. C’est ( faire) dire à la lettre qu’ il n’y a de poète que maudit.</p>
<p>C&#8217;est ainsi que de l&#8217;écriture on n&#8217;attend plus tant la transmission d&#8217;un sens que le jeu signifiant. C&#8217;est là toute la pressante insistance du jeu percussionniste des consonnes; c&#8217;est à savoir qu&#8217;il n&#8217;y a pas plus de télépathie que n&#8217;en peut dire le rythme. Et si Breton lui-même, selon le trait du spectre Miavril, est &#8221; ce vieil hermète qui s&#8217; érémitise plus qu&#8217;il ne poétise&#8221;, tant s&#8217;en faut qu&#8217;il ne soit lui aussi compris dans &#8220;sa vérité&#8221; ! Ce &#8220;reste&#8221; qu&#8217;est l&#8217; &#8220;acrimonie muette&#8221;, comme une plainte du signifiant, porte l&#8217;efficace du sens au-delà du seuil de son intelligibilité. Et pour autant qu&#8217;il le soit, intelligible, au prix d&#8217;une traduction dont le rendu est déjà <em>en effet </em>altéré, la croyance dans l&#8217; adéquation du sens au discours serait celle d&#8217;un à-soi inaltérable du sens, soit, sa résorption. Alors la catégorie du &#8220;personnel&#8221;, mine de rien ( à un pont prés), rend déjà compte du masque structuré par de l&#8217;autre, d&#8217;un portrait qui n&#8217;est jamais qu&#8217;en fugue.</p>
<p>PS.: Oubliera-t-on de mentionner qu&#8217;il s&#8217;agit, pour cette fois, si ce n&#8217;est un idiolecte, de créer une langue ( tout au moins de l&#8217;écrire)?  C&#8217;est bien qu&#8217;on est à la recherche d&#8217;une dissymétrie de l&#8217;espace, où faire jouer la lecture.</p>
<p><em>note chameau:</em></p>
<p><em>Comme le dit si bien Gainsbourg: &#8220;le chameau déblatère&#8221;. Quant au chameau, il s&#8217;agit d&#8217;une </em>Des trois métamorphoses <em>du </em>Zarathoustra <em>de Nietzsche.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Nous retenons cette graphie pour le débordement qu&#8217;elle permet. Elle vient de Bernard Noël:<em> </em></p>
<p><em> &#8220;Pour décrire cette inflation verbale, qui ruine la communication à l&#8217;intérieur de la collectivité, j&#8217;ai tenté de fabriquer un mot:le mot SENSURE avec un S initial. La Sensure est bien entendu la privation de sens. Le culte actuel de l&#8217;information  raffine cette privation, car l&#8217;information fait semblant de tout nous dire&#8221; ( &#8220;Littérature et réalité&#8221; in Le Sens la Sensure, Le Roeulx, Talus d&#8217;approche, 1985, p.72)</em></p>
<p><em>&#8221; l&#8217;inflation  des nouvelles ruine toute la mise en perspective de l&#8217;information: tout y devient égal, et bientôt également indifférent. Ainsi se produit un glissement bien plus habile que l&#8217;ancienne censure, car on ne le repère pas sur le moment même. Pour désigner ce tour de passe-passe, j&#8217;ai fabriqué le mot SENSURE avec un S à la place du C initial.&#8221; &#8220;Littérature et communication&#8221;, ibid, deux pages plus loin) </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>note taschen:</em></p>
<p><em>C&#8217;est là que se ferme la boucle: l&#8217;art s&#8217;élève dans la chute de l&#8217;artiste. Van Gogh avait certainement grand peur de la machinerie de la mise sur le marché et s&#8217;interdisait en conséquence toute nouvelle information ayant trait à sa personne. Mais il savait que le processus, au bout duquel se trouvait la gloire , ne pourrait être stoppé. Et il savait qu&#8217;il faudrait qu&#8217;il paie pour cela . Avec son suicide il en présentera la preuve: le prix de la gloire est la mort. </em>Ingo F. Walter et Rainer Metzger, <em>Van Gogh L&#8217; Œuvre complet-Peinture</em>, <strong>Taschen</strong>, P. 689<em> </em></p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p>Et le texte <em>Sainponide</em> de jouer de cette affinité de la valeur littéraire et de la valeur morale: du mythe littéraire. A ce titre il met en scène une magie noire: ésotérisme, blasphème, hermétisme, où sont violées les lois les plus sacrées de l&#8217;Ordre: les lois de la langue, sa grammaire. Pourrait peut-être alors se réaliser le rêve d&#8217;une parole innocente, sans systéme, où les mots serait débarassés de leur poids historique, vierges vers à ne désigner que la poupe. L&#8217;hapax en est la figure privilégiée -mais est-ce encore une figure? est-ce encore de la littérature?; ce néologisme à occurence unique. Le bistouri maladroit de cet apprenti-sorcier dans ces opérations sur la langue en répendent le sang et le sens: non, cette parole n&#8217;est pas pure, elle paie son pouvoir de la condamnation de son âme, elle révèle le surdit des mots</p>
<p>délire de la langue, ivresse d&#8217;une liberté transgressive apocalypse linguistique, catabase grammaticale, anathème !</p>
<p>détournement des mots, création de signifiants: &#8220;saponide&#8221; qualifie la famille des savons; il fait appareître en elle la sanité , la sainteté qu&#8217;il ne connote pas forcément mais dont il révèle la complicité, l&#8217;analogie. La graphie rajoute un surplus de signifiance, condense ce qui ne se laisse pas énoncer: c&#8217;est une écriture grasse, elle &#8220;dénaturalise&#8221;: le mot doit ainsi assumer tout son poids; l&#8217;innocence et la transparence lui sont refusées; il doit avouer le sens passé comme en cpntrebande, même les termes techniques aux vertus pratiques de dénotation sont engrossés lorsque détournés de leur usage</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p>Permettons cette jointure de l’excrétion vue chez Charly Breton et ce que Jean-luc Nancy nomme l’<em>excrit  n</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Barthes:</em></p>
<p><em>&#8221; Artaud est ce qu&#8217;on appelle en philologie un &#8220;hapax&#8221;, une forme ou une faute qu&#8217;on ne rencontre qu&#8217;une seule fois dans tout le texte [...] Il faut, scandale logique, que le discours se retourne sans cesse sur lui-même, avec véhémence, et se dévore à la façon d&#8217;un personnage sadien, un manducateur de ses propres excréments [...] L&#8217;écriture, en effet, n&#8217;est pas faite de trais stylistiques, mais de refus, disposés en chicane, en inventions, en concessions et reprise: l&#8217;écriture en un mot, est un espace tactique déterminé par la culture antérieure, un glissement abrupte le long de la pente de la langue millénaire, paternelle&#8221;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Nancy:</em></p>
<p><em>Cette lecture &#8211; qui est tout d&#8217;abord la lecture elle-même, toute lecture, inévitablement livrée au mouvement soudain, fulgurant ou glissant, d&#8217;une écriture qui la précède et qu&#8217;elle ne rejoindra qu&#8217;en la réinscrivant ailleurs et autrement, <strong>en l&#8217;ex-crivant hors d&#8217;elle-même &#8211; </strong>cette lecture ne commente pas encore ( il s&#8217;agit du </em>début<em> de lecture, d&#8217;un </em>incipit<em> toujours recommencé), elle n&#8217;est ni en mesure ni en posture d&#8217;interpréter,ni de faire signifier. Elle est plutôt un abandon à cet abandon à la langue où l&#8217;écrivain s&#8217;est exposé. &#8220;(&#8230;) Elle ne sait pas où elle va, et n&#8217;a pas à le savoir. Aucune autre lecture n&#8217;est possible sans elle, et toute &#8221; lecture&#8221; ( au sens de commentaire, exégèse, interprétation) doit y revenir. (&#8230;)&#8221;en vérité, l&#8217;&#8221;équivoque&#8221; n&#8217;existe pas, ou elle n&#8217;existe qu&#8217; aussi longtemps que la pensée considère le sens. Mais il n&#8217;y a plus d&#8217;équivoque dés qu&#8217;il est clair ( et cela est clair, forcément, avant toute considération du sens) que l&#8217;écriture </em>excrit<em> le sens, tout autant qu&#8217;elle inscrit des significations. </em><em>Elle excrit le sens, c&#8217;est-à-dire qu&#8217;elle montre ce dont il s&#8217;agit, </em>l<strong>a chose même</strong><em>, toute chose dont il &#8220;est question&#8221; dans le texte ( y compris, c&#8217;est le plus singulier, l&#8217;existence de l&#8217;écriture elle-même) est hors du texte, a lieu hors de l&#8217;écriture.&#8221;</em></p>
<p><em>&#8221; la peine et le plaisir qui tiennent à l&#8217;impossibilité de communiquer quoi que ce soit sans toucher à la limite où <strong>le sens tout entier se renverse hors de lui-même</strong>, comme une simple <span style="text-decoration: underline;">tache d&#8217;encre</span>, à travers le mot &#8220;sens&#8221;. Ce renversement du sens qui fait le sens, ou ce renversement du sens à l&#8217;obscurité de sa source d&#8217;écriture, je le dis l&#8217;excrit.&#8221;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Le sens tout entier se renverse hors de lui-même : l’ excrit</p>
<p>Elle excrit le sens, càd qu’elle montre ce dont il s’agit, la chose même</p>
<p>Il y a un hors texte qui, s’il n’a pas lieu, est néanmoins<em> montré</em></p>
<p>Hors du sens lui-même : montre au « dehors » du sens ; la chose même</p>
<p>La lecture rejoint l’écriture en la réinscrivant ailleurs et autrement</p>
<p>En l’excrivant hors d’elle-même</p>
<p>La lecture -écrite- affecte l’écriture qu’elle lit, elle la transporte ( la déplace -ailleurs en l’aliénant-autrement</p>
<p>Lecture livrée au mouvement d’une écriture qui la précède. Elle ne rejoint ce qui précède qu’en le déplaçant et l’aliénant ( l’altérant) -étant toujours liée à son mouvement</p>
<p>« Impossibilité de communiquer quoi que ce soit …» Le sens ne se communique pas de « sens à sens », comme un continuum homogène ; il ne se communique qu’en se renversant (tout entier) hors de lui-même, c&#8217;est-à-dire en « passant » dans ce qui n’est pas lui, passage ou versement durant lequel est montrée « la chose même » ; ce renversement est nécessaire car « le sens tient donc à un rapport à soi en tant qu’à un autre, ou a de l’autre » : la nécessité de ce renversement et de ce « dehors »sont l’autre du sens ; le sens ne peut se rapporter à lui-même qu’en tant qu’il est affecté par l’autre ou le dehors du sens</p>
<p>la communication -du sens au sens-</p>
<p><em>nous laissons flotter, davantage que le reste, le sens de ce &#8220;tout&#8221;.  Si une justification citationnelle est nécessaire: &#8221; quel sens serait ou ferait sens, à moins d&#8217;être le sens de l&#8217;être?&#8221; ( Jean-Luc Nancy, &#8220;Une pensée finie&#8221; in Une pensée finie, p17 )</em></p>
<p><em>&#8221; la peine et le plaisir qui tiennent à l&#8217;impossibilité de communiquer quoi que ce soit sans toucher à la limite où le sens tout entier se renverse hors de lui-même, comme une simple <span style="text-decoration: underline;">tache d&#8217;encre</span>, à travers le mot &#8220;sens&#8221;. Ce renversement du sens qui fait le sens, ou ce renversement du sens à l&#8217;obscurité de sa source d&#8217;écriture, je le dis l&#8217;excrit.&#8221; ( Jean-Luc Nancy, &#8220;L&#8217;excrit&#8221; in Une pensée finie,  p 55) mais elles sont plus problématiques que probantes.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La sensure par la littérature est alors censure du sens excrit:  le lieu où le sens n&#8217;est plus seulement sens d&#8217;un texte (ce qu’il n’est à vrai dire jamais,, mais sens commun au texte et à l&#8217;existence</p>
<p><em>&#8220;apparaît qu&#8217;il n&#8217;y a de maître que le signifiant. (&#8230;) Mais cette main n&#8217;est pas maîtresse. Il n&#8217;y a pas trente-six façon de jouer une partie, même s&#8217;il n&#8217;y en a pas seulement une. C&#8217;est la partie qui commande&#8221;</em></p>
<p><em> </em></p>
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